Molti mi chiedono a che serva la poesia. É un quesito che sovente viene spontaneo chiedersi.  É domanda ad un tempo imbarazzante e spiazzante. Se ci penso, mi spezza il respiro. Se penso alla poesia, mi viene da pensare alla brughiera, al pensiero libero che corre senza vincoli. Ai brividi di un pericoloso passaggio in montagna, ma proprio per questo emozionante o all’emergere senza freni dalle onde estive. L’eterno confronto tra romanzo e poesia sta proprio in questo, nel valore dei passaggi e pause altrimenti trascurabili. Il romanzo e grandioso in sé, compatto e uniforme, un messaggio corale che voglia essere trasmesso a tutti, di ampio respiro, in cui però nessuna parola predomina sulle altre, tutto è insieme. Se penso invece alla poesia, penso al sussurro, al silenzio, a qualcosa prodotto per me. Ogni parola ha la sua importanza, incastonata al posto giusto al momento giusto. Penso agli spazi tra le parole, ritmi che danno calore alla musica, come ponti sul vuoto, pali sull’acqua, colori. La sequenza è il messaggio nascosto come i numeri primi. È ossigeno, respiro fuori dalla vuota inutilità. É enucleare per diffondere. É vita pura.

 

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